Torta tenerina 1

Ieri pomeriggio è passato a trovarmi mio cugino Luca. Tecnicamente non so se è corretto dire “mio cugino” perché Luca è il nipote-della-sorella-di-mia-nonna Idima, ma, in ogni caso, la parentela c’è e per molti anni è stata strettissima. Adesso ci vediamo solo QUALCHE volta approfittando delle festività e in occasione di trasferte di lavoro. QUELLE volte ci sediamo attorno al tavolo e, ancora prima di iniziare a parlare, ci guardiamo in faccia, ci fissiamo negli occhi, e io lo so perché, e lui lo sa perché. Perché cerchiamo dove sono finiti i bambini che eravamo. E finisce che li ritroviamo, quei bambini. Sempre. Sapete dove? Seduti, allora come ora, attorno a un tavolo.

Nei primi anni ’80, finita la scuola, io, mio fratello Simone e Luca venivamo deportati dai nostri genitori in una casa di collina. Con noi restavano due coppie di nonni – l’Idima e Tiziano da un lato, la Palmina e Silla dall’altro lato. Lì, vestiti di maglietta a righe, pantaloncini di triacetato e scarpe da tennis marca Lotto, trascorrevamo tre mesi di piena e assoluta libertà.

Le giornate erano organizzate a mo’ di colonia: sveglia alle 8, colazione, un’ora di compiti, giochi all’aperto, pranzo, riposino pomeridiano, passeggiata (o giochi con gli amici), cena, gelato al bar con gli amici, letto.

Nonno Tiziano e lo zio Silla andavano spesso in osteria a giocare a carte oppure andavano a Cereglio a bere l’acqua oppure nel bosco a legna e fichi. Insomma, si ritagliavano i loro spazi. La Palmina e l’Idima, invece, trascorrevano il tempo decidendo cosa fare da mangiare a Simone. Sì, perché a differenza di Luca e me – che eravamo e siamo tutt’ora due gorghe – mio fratello era un bambino inappetente. Ma davvero. Scheletrico al punto da essere soprannominato BIAFRA, ci impiegava dalle due alle quattro ore a mangiare una girella Motta e poteva farsi durare un pacchetto di Ringo anche tre settimane.

L’impegno delle due arzille signore era lodevole. Un giorno erano tagliatelle, l’altro tortellini, e poi lasagne, manicotti petroniani, tortelloni. Quando andava male c’era gramigna alla salsiccia o garganelli panna, prosciutto e piselli.

Arriviamo al tavolo.

Una volta “i cinni” mangiavano in un tavolo separato per non infastidire gli adulti oppure, più semplicemente, perché non sentissero i loro discorsi. Io, Luca e Simone mangiavamo nel tavolo di formica verde detto il “tavolo del televisore” per la presenza di un Telefunken in bianco e nero con ben 6 canali. Roba da ceceni, per inciso.

Nonna e zia preparavano due piatti abbondanti per me e Luca e uno scarso per Simone, poi passavano a servire i loro mariti e infine si sedevano a tavola pure loro.

Tra noi cinni il patto era questo: io e Luca avremmo mangiato in fretta e in furia il nostro piatto, poi uno dei due avrebbe scambiato di nascosto il suo piatto vuoto con quello di Simone e avrebbe mangiato anche la sua porzione. Stessa cosa per il secondo (ovviamente chi di noi due aveva mangiato il primo cedeva il secondo al compare), il contorno e il dessert.

La cosa funzionava bene per tutti: per Simone che otteneva il permesso di alzarsi da tavola in un tempo ragionevole, per me e Luca che eravamo perennemente affamati, per le cuoche delle quali onoravamo la cucina.

Luca è goloso di cioccolato. Ieri gli ho preparato una delle mille versioni esistenti della torta tenerina. Ecco come l’ho fatta…

La ricetta

Ingredienti

  • 200 g cioccolato fondente
  • 100 g burro
  • 100 g zucchero
  • 3 uova a temperatura ambiente
  • 1 cucchiaio di farina 00
  • 1 cucchiaio di fecola di patate
  • 2 cucchiai di liquore amaretto, se vi piace

Preparazione

Ho messo il cioccolato e il burro a sciogliere a bagnomaria. Ho aggiunto l’Amaretto. Nel frattempo ho montato i tuorli con lo zucchero e, separatamente, gli albumi a neve ferma. Quando il cioccolato fuso si è raffreddato, ho aggiunto prima lo zabaione di uova, poi la farina e la fecola, infine gli albumi montati a neve. Ho cotto in forno statico a 180°C per 20 minuti.

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