Visitare la Certosa di Bologna. Itinerario della scultura del Novecento.

La Certosa di Bologna è uno dei cimiteri monumentali più antichi d’Italia. Fondato nel 1801, come unico cimitero della città dopo la conquista di Bologna da parte delle truppe napoleoniche, ha una meravigliosa parte monumentale che comprende gli edifici dell’antico monastero certosino (risalente al 1334 e soppresso nel 1796) e la chiesa di San Girolamo, con preziose opere pittoriche del Seicento.

A partire dagli anni trenta dell’Ottocento il cimitero si arricchì di nuovi spazi e chiostri e per decenni restò l’unico complesso monumentale del genere in Italia, divenendo meta fissa del turismo internazionale. Chateaubriand, Lord Byron, Charles Dickens, Theodor Mommsen, Sigmund Freud lo visitarono e lasciarono traccia scritta delle impressioni che la visita suscitò.

Sembra incredibile, lo so, ma la Certosa fu anche meta di escursioni romantiche: nel 1826 Giacomo Leopardi vi passeggiò con l’amica cantante lirica Marianna Brighenti.

Tra i turisti internazionali che visitarono la Certosa nell’Ottocento vi fu anche lo storico Alexander Turgenev, che descrisse la Certosa di Bologna come un “museo” e Félicité de La Mennais, che la definì un “museo di tombe”. E’ chiaro, quindi, che non solo la complessa struttura urbana ma anche le tombe, frutto della volontà di eternare la memoria dei defunti, colpivano l’immaginario dei visitatori.

Ancora oggi la Certosa è considerata uno dei più importanti “musei” di scultura in Italia. Il cimitero è, infatti, una rassegna pressoché completa degli stili del XIX secolo, dal Neoclassicismo al Liberty, e del XX. Nel 2021 è stato dichiarato patrimonio dell’UNESCO.

Un percorso inusuale alla scoperta dell’arte memoriale moderna è quello che ho fatto recentemente e che mi ha portato ad ammirare alcune tombe risalenti agli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta del Novecento.

La scultura del Novecento alla Certosa di Bologna

Entriamo dall’ingresso monumentale di via della Certosa e attraversiamo il chiostro V. Nel cortile della chiesa, addossata al recinto dei Cappuccini, c’è la cella Galvan di Rito Valla (1911-1991), scultore bolognese caro al Regime.

Famoso per la statua in bronzo dell’Ostacolista (1936-38), ispirata alla sorella Ondina, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino, Rito Valla ebbe prestigiosi incarichi, assieme ai colleghi bolognesi Farpi Vignoli, Giorgio Giordani e Luciano Minguzzi.

Il soggetto della cella Galvan è la deposizione di Cristo, ispirata ai canoni del classicismo dei volumi ma movimentata sia dalla figura di Cristo, che sembra cadere addosso al visitatore, sia dai capelli dei personaggi, leggermente mossi.

La cella Galvan

Sempre nel cortile della chiesa sorge la tomba della famiglia Fazio, costruita nel 1947 da Luciano Minguzzi (1911-2004), conosciuto per essere l’autore del Monumento al Partigiano e alla Partigiana, collocato a Bologna, presso Porta Lame, nella zona in cui ebbe luogo l’epica battaglia tra nazifascisti e partigiani nel 1944. Anche per questa tomba il soggetto è la Deposizione di Cristo.

In questa opera Minguzzi si confronta con il neo-cubismo. Le figure della Madonna e del Cristo deposto sono appuntite, spigolose. I volti sono come diamanti intagliati e sfaccettati in cui si legge tutta la sofferenza del momento. E’ nei visi che Minguzzi mantiene una componente espressionista.

La tomba della famiglia Fazio

Lo sviluppo del settore meccanico nel primo ventennio del XX secolo assunse a Bologna dimensioni ragguardevoli e non casualmente in Certosa sorgono monumenti significativi dei fondatori di tante aziende che esistono ancora oggi.

Nel chiostro del 1500, aula centrale, sorge la tomba di Edoardo Weber (1885-1945) che si compone di un sarcofago in marmo di Carrara a pianta ellittica e di un cippo al di sopra del quale è collocato il busto in marmo raffigurante il defunto, fondatore dell’omonima azienda meccanica tutt’ora in attività.

Lungo il sarcofago sono collocati una serie di fregi, che raccontano l’invenzione e la produzione del carburatore ideato da Weber. La narrazione celebra il tema del lavoro nella sua componente concettuale e pratica poste sullo stesso piano: qui vengono rappresentati progettisti e operai l’uno affianco all’altro mentre discutono e controllano le varie fasi produttive del carburatore.

L’autore è Venanzio Baccilieri (1909-1984), scultore e incisore bolognese. Formatosi come intagliatore del legno, dette un’importante contributo nel restauro delle statue lignee del Teatro Anatomico dell’Archiginnasio, danneggiate dai bombardamenti del 1944.

Si tratta di un fregio di chiara connotazione realista, lontana dalla retorica classicista del Ventennio.

  • Tomba di Edoardo Weber

Al 1928, piena Epoca Fascista, risale la tomba Venturi-Carpigiani realizzata di Rito Valla, che già conoscete. Spicca la statua di San Giovannino in pellegrinaggio nel deserto, in atteggiamento assorto o addirittura estatico. Le linee sono molto sfilate. E’ un san Giovannino longilineo, asciutto. C’è una tensione espressionista.

San Giovannino sulla tomba Venturi-Carpigiani

Nel Chiostro VI (o dei caduti) sorgono due opere architettoniche di notevole impatto.

Al centro c’è il monumento ai martiri della rivoluzione fascista, realizzato su progetto architettonico di Giulio Ulisse Arata e con sculture di Ercole Drei (Faenza 1886 – Roma 1973). Inaugurato il 28 ottobre 1932 alla presenza di Mussolini, fu costruito per celebrare la marcia su Roma con la solenne traslazione delle salme dei caduti per la causa del fascismo. Come potete vedere, si tratta di un monumento ipogeo sormontato dall’ara dei caduti. La struttura è semplice e squadrata, priva di decorazioni, tranne le allegorie della Forza e della Gloria di Ercole Drei all’ingresso del monumento.

Nel corso del tempo il monumento non ha subito modifiche ad eccezione dell’epigrafe a rilievo che si trovava sulla facciata principale, con tutta probabilità distrutta immediatamente dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Il testo era: CADUTI PER IL FASCISMO / BOLOGNA MEMORE QUI LI RACCOGLIE / E LI ONORA IN ETERNO. 

Il monumento ai martiri della rivoluzione fascista

L’altra è il monumento ossario ai caduti della Grande Guerra, progettato da Arturo Carpi e Filippo Buriani, che fu inaugurato il 4 novembre 1933, nel quindicesimo anniversario della vittoria. Raccoglie i resti di circa 3.000 soldati italiani deceduti negli ospedali militari bolognesi durante la Prima Guerra Mondiale. Vi sono inoltre ospitati i corpi di alcune centinaia di soldati austro-ungarici morti in vari campi di prigionia del territorio.

Il monumento è composto da due corpi circolari interrati collegati tra di loro da un corridoio. All’esterno emergono due calotte in pietra d’Istria levigata, con due lucernari in alabastro dai quali filtra una flebile luce che rischiara l’interno dei due ipogei.

Le entrate ai sotterranei sono presidiate da due sentinelle di marmo dello scultore Ercole Drei: si tratta delle statue colossali di due fanti che montano idealmente la guardia ai compagni caduti. Gli interni, rivestiti in marmo, contengono i loculi contenenti i resti dei caduti.

L’8 agosto 1940, con solenne cerimonia, furono traslate nell’ossario anche le spoglie del martire risorgimentale Ugo Bassi. 

Proseguendo nel campo Carducci, incontriamo il monumento funebre di Fabio Frassetto (1876-1953) – professore universitario e fondatore della Facoltà di Antropologia di Bologna – e del figlio Flavio, campione sportivo morto in guerra nell’aprile 1945 mentre tentava di salvare un suo soldato colpito dai tedeschi.

La tomba è scolpita nel travertino da Farpi Vignoli (1907-1997), che rielabora e reinterpreta la statuaria funeraria etrusca e romana.

Padre e figlio sono ritratti distesi sopra una sorta di triclinio, impegnati in una eterna conversazione, guardandosi intensamente negli occhi. Fabio è vestito con l’abito cerimoniale universitario e regge in mano un teschio che simboleggia il campo della sua attività, forse gli studi che eseguì sul cranio di Dante Alighieri in vita o forse ancora il tema della conversazione. Flavio indossa l’uniforme da capitano di cavalleria e regge il bastone di comando.

Il monumento funebre di Fabio e Flavio Frassetto

Poco oltre incontriamo il sarcofago di Ennio Gnudi, figura di primo piano a Bologna nelle lotte per i diritti dei lavoratori, anche questa opera di Farpi Vignoli. Il sarcofago sembra emergere dalle siepi. Il defunto è rappresentato disteso sulla parte superiore e, nei lati lunghi, un corteo di lavoratori (ferroviere, fabbro, mondina..) lo porta idealmente a spalla nell’aldilà.

I lavoratori sono identificabili grazie agli attrezzi che portano alla cintura o nelle tasche dei loro abiti. La mondina ad esempio, unica figura femminile che partecipa al trasporto della salma, sulle spalle ha il tipico cappello di paglia.

Gli altri lavoratori sono un contadino (con una falce alla cintura), un ferroviere (dotato di una lanterna), un fabbro o maniscalco (martello e pinza) ed un operaio (chiave inglese e calibro).

L’epigrafe recita A ENNIO GNVDI / I FERROVIERI ITALIANI / CVI FV GVIDA NELLE / LOTTE DEL LAVORO.

Il monumento ha un fortissimo impatto emotivo e il messaggio sociale è ancora ben chiaro a oltre cinquanta anni di distanza.

Il sarcofago di Ennio Gnudi

Ci avviciniamo alla fine del percorso oltrepassando la cappella Goldoni, realizzata in memoria di una famiglia di noti industriali bolognesi.

L’edificio fu progettato dal bolognese Giuseppe Vaccaro (1896 – 1970) in collaborazione con Amerigo Tot (1909 – 1984), scultore ungherese, che lavorò al grande bassorilievo raffigurante il Giudizio Universale scolpito sulla facciata.

La particolarità della cappella sta nella dialettica tra le linee essenziali e semplici dell’edificio e il vortice delle anime attorno alla figura di Cristo collocato in alto al centro. Altra particolarità sta nell’epigrafe inserita presso l’architrave: il carattere con cui fu realizzata venne appositamente concepito da Vaccaro per quest’opera.

La cappella Goldoni

Ultima tappa della visita è il monumento ossario ai partigiani alla Certosa di Bologna commissionato dal Sindaco Dozza all’architetto milanese Piero Bottoni (1903-1973) e inaugurato dal Dozza stesso nel 1958.

Il progetto era molto originale e altamente simbolico: un cono tronco (che ricorda un forno crematorio) con una parte sotterranea nella quale si scende per sprofondare “verso la tragedia della guerra”. Dalla parte opposta, un’altra scalinata attraverso la quale “si risale alla luce della pace e della libertà”. Il significato del monumento è proprio questo: i partigiani morti salgono liberi in cielo con il ritorno della democrazia.

Dentro e sopra il cono spiccano delle sculture in bronzo: quelle nella fonte sono opera di Bottoni, il gruppo scultoreo sul bordo del “camino” visibile dall’esterno è di Jenny Wiegmann Mucchi, la figura femminile all’interno del “camino” è di Stella Korczynska.

La frase Liberi salgono nel cielo della gloria si ripete quattro volte, perché sia visibile da tutte le angolazioni.

Certosa di Bologna: come organizzare una visita guidata

Moltissime sono le associazioni che offrono visite guidate alla Certosa di Bologna. Il sito di riferimento che raccoglie le opportunità di visite guidate ma anche di eventi musicali, di danza, rievocazioni… è quello del Museo del Risorgimento di Bologna.

Se posso darvi un consiglio, commovente e magica è la Certosa dopo il crepuscolo.

Libri sulla Certosa di Bologna